Filosofia
Alcuni anni fa mi è sembrata una buona idea creare un’attività di “negociant” un po’ sui generis per dare sfogo alle mie ambizioni di sperimentatore e al contempo smascherare l’approccio integralista di coloro che vedono nel “negozio di uve e vini” soltanto un’attitudine bassamente commerciale.
A questo scopo ho iniziato a progettare vini presso vari amici produttori che mi hanno generosamente concesso lo spazio fisico e filosofico per concepire nelle loro cantine prodotti diversi da quelli di normale produzione aziendale.
Da qui i primi risultati a Buttrio, dall’amico Enzo Pontoni, produttore sommo e uomo senza compromessi, che mi ha dato accesso ad alcune partite di Tocai Friulano e di Sauvignon che poco si addicevano alla severissima procedura di assemblaggio dei suoi prodotti. Vini senz’altro molto buoni, ma diversi e minori rispetto alle bottiglie di cristallina purezza che escono sotto il marchio Miani.
Nello stesso periodo un’altra rispettata cantina friulana, Le Due Terre a Prepotto, mi ha dato ampio per spazio per sperimentare con le sue giovani uve di Merlot, vinificate secondo metodi classici e privi di ogni inutile intervento enologico. Un’autentica scuola che mi ha arricchito di informazione assolutamente importanti per le mie esplorazioni future e che, per qualche motivo, ha fatto letteralmente “imbufalire” i responsabili delle guide specializzate che si sono sentiti esclusi dall’innocuo esperimento.
Ogni vino rappresenta una soluzione una tantum per permettermi di conoscere e produrre qualcosa di piacevole ed alle aziende di destinare uve o vigneti che ancora non hanno un posto chiaro nella gamma aziendale.
Un incontro fondamentale, sia professionalmente che umanamente, è stato quello con Serena Palazzolo, viticultore senza compromessi che anima il Ronco del Gnemiz: qui i vini di Necotium hanno trovato anche una casa stabile che ha permesso gli sviluppi successivi. Da qui inoltre le prove di Schioppettino vinificato come il Pinot Noir e qualche buona bottiglia di Malvasia Istriana sulla quale sto ancora meditando, non essendo del tutto sicuro di averne intuito la giusta interpretazione.
Dopo anni di dispendiosa poesia giungeva, inevitabile, il momento di mettere in piedi una struttura economica che permettesse di sostenere gli esperimenti più estremistici. A questo scopo non ho saputo trovare niente di meglio del vino che tutto il mondo beve con avidità tranne i friulani ovvero il Pinot Grigio, un prodotto che ci rende simili ai coltivatori di piante da caffè in Brasile o in India, i quali pur dedicando un’autentica tradizione ed uno stile di vita alle preziose bacche, di caffè non ne bevono affatto. Così noi col Pinot Grigio che fa le fortune di produttori e commercianti, nonostante il prezzo misero al quale viene commercializzato, ma che mai viene scelto dall’avventore dell’osteria friulana il quale non rinnega il suo “Tocai” e al massimo si concede un bicchiere di profumato Sauvignon.
Anche nel produrre il commerciale Pinot Grigio ho cercato di essere all’altezza ed ho immaginato la più pura e gradevole versione possibile, frutto di mescolanza di uve di collina e pianure adiacenti, con buona acidità e senza gli zuccheri residui che “infestano” i prodotti della nostra regione ed i palati a stelle e strisce che stanno invadendo il regno del buon bere.
Grazie a questa gamma commerciale, che include qualche bottiglia di rosato frutto di salassi da uve di nobilissime origini, ho potuto iniziare un percorso più agricolo. Di questo fanno parte due progetti, uno dei quali già in bottiglia, denominato Tenute della Contessa ed uno in via di lavorazione del quale non mancherò di parlare quando il liquido sarà pronto.
Le Tenute della Contessa si trovano a Cormons, patria di quello che per me ancora si chiama Tocai, ma che legulei, politici e produttori pavidi e ciechi come talpe ci impongono oggi di chiamare Friulano. Diecimila bottiglie da quasi tre ettari di un vino che deve solo esprimere la poesia della semplicità e che celebra un momento storico molto preciso dell’enologia friulana ovvero il giorno in cui compianto Mario Schiopetto ha deciso che i nostri vini dovessero essere puliti, ricchi e freschi. Un progetto che spiegherò più approfonditamente nelle pagine appositamente dedicate.
La vera sostanza di tutto questo agitarsi è che non ho mai avuto abbastanza soldi per comprarmi un’azienda agricola, né li avrò mai, e ho dovuto cedere il passo ad industriali e potenti che continuano ad agglomerare ai propri possedimenti straordinari terroir dei quali non sanno veramente che fare, pagandoli cifre inaudite e mettendo fuori gioco ogni velleità di espansione dei piccoli produttori che vivono di sola uva.
Quindi mi divido tra affitti e acquisti di uva per poter mettere in bottiglie le mie idee che sono semplici, moderatamente ambiziose e per nulla confuse.
Christian Patat.
